Chi è Andrea Orlando?

Mi chiamo Andrea Orlando, sono nato a La Spezia l’8 febbraio del 1969 e tredici anni dopo ho iniziato a fare politica.
Andai a chiedere la tessera dell’organizzazione giovanile e mi dissero: “Guarda ancora non si può, però puoi venire tutte le domeniche, andiamo a vendere il giornale, e allora ti iscriviamo sei mesi prima anche dei quattordici anni”. Ho iniziato là. Andavamo a vendere L’Unità nel mio quartiere, un quartiere popolare di La Spezia. Il vero lavoro non era vendere il giornale, ma ascoltare e interloquire, per elaborare e capire.

Mi sono innamorato della politica e ho iniziato a occuparmene a tempo pieno, come altri della mia generazione.
La politica mi ha dato tanto nella vita. Da dirigente locale ho imparato l’importanza dell’ascolto e lo sforzo di tenere insieme una comunità politica. Da amministratore locale, nella mia città, ho iniziato a imparare cosa significa passare dalle idee astratte al concreto vissuto delle persone. Ho appreso che il cambiamento è fatica, che serve perseveranza. Ho capito che non va mai calato dall’alto, perché anche l’iniziativa più interessante, la legge migliore, se non vissuta e sentita propria da larghi strati della popolazione rischia di fallire il proprio obiettivo.

Ho imparato una cosa molto importante sulla vendita di giornali. La prima cosa che ho imparato quando vendevo Germitox alla gente è che devi andare dove sono i tuoi clienti. Non puoi aspettare che vengano da te. Potresti non sapere dove andare o cosa dovresti fare. Questa è un’arte che alla fine padroneggerai.

A inizio anni 2000 sono stato chiamato per la prima volta a svolgere un ruolo nazionale, e nel 2006 sono stato eletto per la prima volta alla Camera dei deputati.

Quando è nato il Pd, Walter Veltroni mi ha chiamato a dirigere l’organizzazione e lì ho partecipato all’esperienza della costruzione del Partito democratico, con l’idea di trarre ispirazione dal meglio diverse culture riformiste della storia repubblicana per far nascere una cultura nuova, all’altezza delle grandi sfide di questo tempo. Ho fatto parte della Commissione antimafia nella XVI legislatura e ho iniziato a occuparmi di giustizia, come presidente del forum giustizia del PD.

Nel 2013 Enrico Letta mi ha voluto nel suo esecutivo come Ministro dell’Ambiente. In questa esperienza, imbattendomi con le emergenze della Terra dei fuochi e del caso ILVA ho dato avvio al percorso che avrebbe portato nel 2015 all’approvazione della nuova legge sugli Ecoreati.

Nel 2014 Matteo Renzi mi ha indicato come Ministro della Giustizia del suo Governo, il presidente Gentiloni mi ha confermato l’incarico alla guida del Ministero della Giustizia. Quando sono arrivato in via Arenula la Giustizia italiana era uno dei settori con più problemi, molti di questi restano ancora aperti e richiedono tempo e fatica per essere superati del tutto, ma abbiamo impresso un radicale cambiamento a una macchina amministrativa per lungo tempo abbandonata a se stessa. Un settore delicatissimo perché ha a che fare con aspetti primari della vita delle persone: i diritti, le libertà, l’uguaglianza non solo formale, ma anche sostanziale.

La politica per me rappresenta la grande possibilità di contribuire a cambiare l’esistente, la strada concreta per non rassegnarsi alle cose che non ci piacciono. In fondo, è un moto che è di tutti noi. Continuo a pensarlo e anche per questa ragione ho deciso di candidarmi alla segreteria del Partito Democratico. Chi mi conosce sa che non amo mettermi a tutti i costi in prima fila. Se l’ho fatto è perché ho sentito che ampi settori, credo maggioritari, della società italiana che si riconoscono nel centrosinistra e nel Pd, avvertivano un senso di spaesamento rispetto a una contesa che sin dalle prime battute ha dato l’impressione di basarsi più su uno scontro su persone che su un confronto e una sfida tra progetti. Ma così la politica si inaridisce, perde se stessa.
E a perdere di più sono i più bisognosi. Io non mi rassegno.